Oggi tutto è o deve essere smart. Il lavoro, le città, le amministrazioni, il business, gli elettrodomestici e persino il distributore di crocchette per il cane. Certo il food non poteva essere tagliato fuori. Finalmente l’intelligenza entra in cucina soverchiando le regole del gioco? Forse c’è sempre stata, già a partire dalla lasagna.

E subito nell’immaginario collettivo si scatena un susseguirsi di emozioni/azioni: entusiasmo, acquisto compulsivo, sperimentazione, delusione, piccola trasgressione “tanto nessuno ha visto”, pesante ritorno al fast-junk-food, unto, grasso ma tanto gustoso. Un po’ come quando compri l’estrattore e dopo due giorni di sofisticatissimi estratti e ore e ore a pulire il filtro decidi che una spremuta d’arancia può essere più che sufficiente ma meglio di tutto una birra. Invece non è affatto così. E’ un pregiudizio! E fra poco vi spiegheremo perché. Liotta insegna che gli smartfood possono proteggere il nostro corpo, a volte dialogare con il DNA e persino imbavagliare i geni dell’invecchiamento. Si compongono di alcune molecole, le smartmolecules che potrebbero frenare il declino delle cellule, perché simulano gli effetti del digiuno sulla longevità. Perché il digiuno fa bene (quanto ci costa ammetterlo in questa rubrica, non ne avete idea!). Meno calorie si assumono più si vive. Calma. Meno calorie non significa magiare meno. Torniamo per un attimo alle precedenti considerazioni sull’acquisto dell’estrattore: lo uso, perdo tempo a pulirlo e in più dovrei anche fare attenzione a quanto estraggo? Invece no.

 

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