Pillole di Salute: Menopausa, perchè il cervello fatica di più….

Il cervello delle donne vive una relazione molto stretta con gli ormoni femminili. Nell’arco della vita di una donna c’è un momento chiave in cui la produzione di ormoni subisce una brusca variazione: la menopausa. Con la menopausa, intorno ai 45-55 anni di età, il corpo delle donne va incontro a una serie di modificazioni, tra cui la cessazione del flusso mestruale e un crollo della produzione di estrogeni.

Come si riflette questa condizione sul cervello?

«Come nel periodo post parto, anche in questo caso è stato descritto un aumento dei livelli dell’enzima MAO-A (la monoamminossidasi di classe A) che depotenzia alcuni neurotrasmettitori, ovvero le molecole che mediano il trasferimento di informazione tra i neuroni, tra questi la serotonina. Durante la menopausa, oltre a sintomi di tipo depressivo, le donne parlano di una specie di “nebbia mentale”, cioè un rallentamento delle funzioni mentali e cognitive, sintomo accusato da due terzi delle donne in menopausa», risponde la professoressa Michela Matteoli, responsabile del Programma di Neuroscienze dell’ospedale Humanitas e direttore dell’Istituto di Neuroscienze del CNR, illustrando la relazione tra ormoni e cervello.

«I ricercatori dell’ Università di Rochester, New York, hanno eseguito una serie di test cognitivi su 117 donne di età tra i 40 e i 60 anni che erano in varie fasi della menopausa. Hanno scoperto che nel primo anno post-menopausa le donne mostravano risultati significativamente peggiori rispetto alle donne che non avevano ancora raggiunto la menopausa non solo nei test di apprendimento verbale e della memoria, ma anche nella funzione motoria e, anche se in misura minore, nell’attenzione».

Gli estrogeni sono fondamentali per i processi cognitivi

«Questo rallentamento cognitivo può essere dovuto a un effetto diretto delle variazioni ormonali sulle funzioni neuronali (ad esempio la plasticità neuronale). Come la donna si avvicina alla menopausa, le ovaie producono sempre meno estrogeni, che sono cruciali per i processi cognitivi. Non si esclude comunque anche il contributo di un effetto indiretto. È noto infatti che lo sbalzo ormonale causa problemi nel normale ciclo sonno-veglia e questo può indubbiamente partecipare alle ridotte capacità cognitive in questo periodo».

«Da questo punto di vista, tutte le variazioni ormonali che avvengono durante la vita della donna coincidono con una elevata suscettibilità a sviluppare patologie di tipo affettivo, quale la depressione, sin da dopo la pubertà. Nel caso della menopausa, questo può avere una conseguenza importante anche sulla probabilità di sviluppare demenza, ad esempio la malattia di Alzheimer, a stadi più avanzati della vita. Nel 2014 è stato pubblicato uno studio che ha dimostrato come la gravità di sintomi di tipo depressivo possa predire la progressione delle forme precoci di patologia, il cosiddetto Mild Cognitive Impairment (MCI o decadimento cognitivo lieve) verso la malattia di Alzheimer in forma conclamata», dice in conclusione la professoressa Matteoli.

Le terapie a base di ormoni vengono considerate in linea di massima come le più efficienti dal punto dell’alleviamento dei sintomi della menopausa. Vampate di calore, sudorazioni improvvise e abbondanti, insonnia, irritabilità, aumento dell’osteoporosi: la maggior parte delle donne è convinta che con gli ormoni tutti questi effetti possano essere rallentati. Un beneficio non indifferente, capace di migliorare in modo deciso la qualità della vita, associato alla sensazione che grazie agli stessi ormoni sia possibile rallentare l’invecchiamento della pelle, delle ossa e delle arterie.

Ma è davvero così? Le ultime ricerche scientifiche sembrano negare tutti questi benefici, anzi, aumentano sempre più i ricercatori che denunciano le conseguenze negative provocate dagli ormoni. Perché se infatti da una parte nessuna delle proprietà benefiche attribuite agli ormoni sono mai state verificate e provate, dall’altra si fa sempre più strada l’opinione che l’uso prolungato di questi può aumentare in certe donne il rischio di restare vittime di eventi derivanti da trombosi, come infarto, embolia e ictus.

Con l’uso degli ormoni, un numero di ictus cerebrali molto più alto

Non sarebbe dunque il solo cuore, a soffrirne. Una parte specifica dello studio Women’s Health Initiative, messo in campo fin dal 1991 per approfondire i problemi e le patologie cui sono più soggette le donne, dimostrerebbe che l’uso massiccio e prolungato di ormoni avrebbe effetti degenerativi anche sul cervello. La prova verrebbe dall’esperimento eseguito per quattro anni su un numeroso gruppo di donne di età compresa tra i 65 e i 79 anni, suddivise in tre gruppi: quelle che non prendevano ormoni, quelle che prendevano estrogeni coniugati più progesterone e quelle che prendevano estrogeni coniugati senza progesterone. I numeri, alla fine del periodo considerato parlerebbero chiaro: le donne che prendevano ormoni avevano mostrato un numero di ictus cerebrali molto più alto e anche una maggiore incidenza di declino cognitivo e fin di demenza rispetto a quelle che non facevano uso di ormoni.

Ma non è tutto. Se associati ad altre situazioni, quali il fumo di sigaretta, l’età avanzata e l’eccessiva magrezza, gli ormoni provocherebbero anche una riduzione dell’ippocampo, la parte del cervello che ha un ruolo fondamentale nella memoria, e piccole lesioni ischemiche in grado di provocare malattie delle carotidi, alterazioni delle valvole del cuore o stati di fibrillazione.

Terapia antimenopausa: il rischio vale i benefici?

Lo studio sulla memoria compreso nel programma Women’s Health Iniative lancia dunque un allarme: occorre ora capire, dicono i ricercatori, se gli effetti negativi riscontrati riguardino solo donne di età avanzata, per cui la cura ormonale è stata iniziata ben oltre l’arrivo della menopausa, o se interessi anche coloro che hanno iniziato la cura in concomitanza con l’affacciarsi della menopausa stessa.

E resta il fatto che in genere gli ormoni vengono assunti da donne che attraversano un momento della loro vita caratterizzato da varie sofferenze. Bisogna dunque stabilire se il rischio che viene corso utilizzando gli ormoni antimenopausa non sia in fondo minore del beneficio che si trae dalla terapia che si mette in atto.

Perché ristabilire l’equilibrio degli ormoni è un’esigenza che appare comunque necessaria, come sottolinea la dottoressa Lidia Rota responsabile del Centro di Prevenzione Cardiovascolare di Humanitas e presidente di ALT – Associazione per la Lotta alla Trombosi e alle malattie cardiovascolari – Onlus: «Non c’è funzione del nostro corpo che non sia regolata dagli ormoni. Regolano la fertilità, l’umore, il metabolismo, il ritmo fra sonno e veglia, la crescita, l’attività sessuale, la capacità di procreare, la memoria, la densità delle ossa, la capacità di difenderci dalle infezioni… Con l’arrivo della menopausa l’equilibrio tra gli ormoni cambia. In molti casi la tiroide comincia a impazzire, funzionando troppo o troppo poco. Da qui ne consegue un mancato controllo degli ormoni che regolano la pressione del sangue con conseguente ipertensione o degli ormoni che regolano l’assorbimento del calcio nelle ossa, con indebolimento di queste e formazione della tanto temuta osteoporosi».

Fonte: http://www.humanitasalute.it/?utm_source=NL_2015-10-15&utm_medium=logo&utm_campaign=newsletter

firma Lella

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