#MaschereDiCarnevale: Meneghino,Pasquariello,Cassandro,Truffaldino

 

 

Meneghino è la maschera milanese per eccellenza. Nasce verso la fine del ’600 ma deriva probabilmente da Menego, un personaggio del teatro del Ruzzante (prima metà del ’500). Il suo nome, però, potrebbe provenire anche dai “Domenighini”, i contadini scesi in città per fare i domestici nelle ricorrenze domenicali. Impersona un servitore rozzo ma di buon senso, che ride dei difetti degli aristocratici e si schiera generosamente dalla parte dei suoi simili. Si incontrano in lui astuzia e ingenuità e il suo carattere si evolve col tempo fino a somigliare a quello del piemontese Gianduja e del toscano Stenterello: la medesima inclinazione per il buon cibo, per gli amori facili, e la stessa popolarità presso il pubblico. Per via della loro personalità spiccata questi ruoli venivano affidati ad attori caratteristi e per questa ragione, lasciando in ombra le altre maschere, Milano ha finito col riconoscersi in Meneghino, così come Firenze in Stenterello e Torino in Gianduja.
Meneghino è generoso,
sbrigativo e non sa mai stare senza far nulla.
Ama la buona tavola e davanti ad una fetta di panettone
possono anche salirgli le lacrime
agli occhi, non solo perché ne
é molto goloso, ma perché gli
ricorda la sua Milano e il so Domm di cui non smette mai di vantarsi.
Porta il tricomo, un cappello con
tre punte, la parrucca con un
codino, la giacca lunga rossiccia e marrone, i calzini in cima al
ginocchio verdi e in fondo le
calze a righe rosse e bianche.
Sotto la giacca indossa una
camicia gialla con ai bordi del
pizzo e un fazzoletto intorno al collo. Le scarpe sono marroni,
della forma di una volta, con una fibbia davanti. In mano porta un ombrellino rosa.

Risponde, sempre
pronto, alle domande spiritose e
non perde una battuta!

 

 

 

Pasquariello, come Brighella, appartiene alla categoria dei servitori viziosi e intriganti, figura che già si espresse ampiamente nel teatro classico greco e latino. Il suo carattere versatile lo rendeva adatto a impersonare diverse parti a seconda della necessità della commedia. A volte, quindi, era domestico, a volte ballerino e perfino Capitano quando gli occorreva costringere Arlecchino a sposare la sedotta Colombina, sua parente. Lo troviamo perfino pittore quando Arlecchino arricchito esprime il desiderio di farsi fare un ritratto! Secondo la leggenda quando venne al mondo Pasquariello “i gatti rubarono l’arrosto, la luce della candela si affievolì per tre volte, il vino ribollì negli otri e la marmitta si riversò sulle braci”. Pasquariello, infatti, nacque goloso, ubriacone, spaccatutto, dissoluto e attaccabrighe… ma sicuramente simpatico e vivace in scena.

 

 

Cassandro da Siena è un personaggio di età avanzata, astuto nell’avarizia e stolto nella presunzione. Ricorda un po’ il Balanzone bolognese e il Pantalone veneziano. Alla gloria del suo debutto sulle scene, seguì un periodo di assenza dagli intrecci della Commedia dell’Arte, finché questa maschera fu riesumata dai francesi all’inizio del ’700. L’avarizia, l’ingenuità, la credulità e la diffidenza assicuravano al suo personaggio una spiccata comicità. Vittima prediletta delle burle degli altri personaggi, Cassandro finì col diventare così sospettoso da diffidare di tutti, al punto che, per scongiurare le beffe, a chiunque gli chiedesse “Come sta?”, rispondeva di colpo “Non è vero!”.

 

 

Truffaldino è il protagonista de “Il servitore di due padroni” la commedia scritta nel 1745 dell’autore veneto Carlo Goldoni. Al centro della commedia c’è Truffaldino, servo di due padroni, che, tormentato dalla fame porta avanti il suo inganno con lo scopo di servire per due e mangiare per quattro. Per perseguire il suo intento intreccia le vicende all’inverosimile creando solo equivoci e guai. Il suo personaggio venne sostituito da Arlecchino nella rappresentazione del regista Giorgio Strehler che debuttò nel 1947 al Piccolo Teatro di Milano con il titolo modificato in “Arlecchino servitore di due padroni”. Strehler mutò il titolo originale in previsione della tournée internazionale che lo spettacolo avrebbe intrapreso sapendo che la notorietà del nome di Arlecchino avrebbe richiamato più pubblico.

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