Il salice piangente

Il salice piangente è originario dell’Asia centrale e fu introdotto in Europa nel 1692. Il termine salice ha origini celtiche, significa “vicino all’acqua”. Per molti popoli antichi i fiumi sulle cui sponde i salici crescevano erano le lacrime versate da questi alberi dalle lunghe e argentate foglie. Nell’antica Grecia, la sua corteccia veniva usata per curare la malaria, mentre le foglie venivano date come foraggio al bestiame. Sempre nei tempi antichi, era usato come astringente. Le foglie, invece, tritate e messe sulle piaghe svolgevano un’azione emostatica. Era anche considerato un buon rimedio per curare la febbre.

 

 

Nel passato, in Cina, le foglie di salice erano considerate un alimento. È uno degli alberi da giardino più particolari e amati in occidente ed è molto usato come pianta ornamentale. Il salice piangente ama l’acqua: lo si trova spesso in riva ai laghi o ai fiumi, infatti giova alla sua crescita e allo sviluppo della chioma un terreno umido. Ha bisogno di molto spazio, ama il sole e la luce. Le piante maschili sono le più decorative, perché i loro fiori hanno colori sgargianti come il giallo, l’arancione o il rosso per attirare gli insetti e favorire l’impollinazione. I fiori femminili producono nettare per attirare gli insetti impollinatori. Le due piante presentano, comunque, la stessa estetica: un tronco ampio e corto, rami flessibili ricadenti fino al suolo, chioma ovale e disordinata.
Il salice piangente era simbolo, per la sua immagine prostrata e riverente, di purezza e castità.

 

Oggi, nel mondo cristiano, è invece simbolo di dolore e lacrime, perché legato alla leggenda che narra che, quando Gesù cadde sotto la Croce, riuscì a rialzarsi solo aggrappandosi a questa pianta, che gli abbassò i suoi rami.

 

In Oriente, invece, il salice rappresenta l’immortalità, la spiritualità e l’eternità e il suo legno viene utilizzato per l’architettura sacra.

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