I colori simbolo e le loro storie

Perché si dice “venerdì nero”? Come mai il classico tappeto da stendere per un ingresso trionfale è rosso? E le palline da tennis gialle? Siamo circondati da colori simbolici che hanno ciascuna una funzione o una particolare origine. Ecco i casi più curiosi.

 


La bandiera bianca. Issare una bandiera bianca significa gettare le armi e sottomettersi alla clemenza dell’avversario (o comunque, venire in pace, con la disponibilità a trattare). La consuetudine di issare teli di questo colore come segno di resa viene fatta risalire a diversi contesti: per esempio, alla dinastia Han orientale, in Cina (25-220 d.C.), o alla Guerra civile romana del 68-69 d.C. Raccontando di questa battaglia, lo storico romano Tacito riporta che i sostenitori dell’imperatore Vitellio, assediati a Cremona dalle legioni flaviane di Marco Antonio Primo, alzarono rami d’ulivo e bende bianche in segno di sconfitta. Secondo gli storici, la scelta del bianco fu, almeno all’inizio, piuttosto obbligata: i panni colorati erano un tempo più costosi e meno diffusi, mentre quelli bianchi erano più facilmente reperibili: bastava strappare un lenzuolo e appenderlo a un bastone. Senza contare che il bianco era facilmente distinguibile dai vessilli colorati delle varie casate.


Essere “al verde”. La locuzione deriverebbe dall’antica consuetudine di dipingere di verde il fondo dei ceri o delle candele: quindi una candela arrivata al verde era una candela ormai completamente consumata. Inoltre a Firenze era diffusa l’usanza, al principio delle aste pubbliche, di accendere una candela tinta di verde all’estremità inferiore e di usarla come segnatempo. Una volta che la fiamma raggiungeva il termine della candela, cioè il verde, non si potevano fare più offerte di denaro e l’asta veniva chiusa (da cui essere al verde… di offerte di denaro).

 


Le pagine gialle. Tutto, pare, iniziò nel 1883, quando a uno stampatore di Cheyenne (Wyoming) venne commissionata la lavorazione di un elenco telefonico con poche decine di nominativi: d’altra parte, il primo telefono era stato brevettato soltanto tre anni prima, ed erano pochi a poterselo permettere. Secondo la leggenda, il tipografo aveva finito le scorte di carta bianca e gliene era rimasta solo di gialla, così, per non aspettare l’ordine, optò per il giallo.
Molti tuttavia apprezzarono il fatto che la lettura su sfondo giallo risultava meno faticosa per gli occhi.

 


Il rosso della rivoluzione. L’origine di questo simbolo è opposta a ciò che esso ha poi rappresentato nella storia. Nel 1789 l’Assemblea nazionale francese votò l’applicazione della legge marziale in caso di sommosse, allora molto frequenti. La Guardia nazionale, per avvertire che si stava applicando la legge, avrebbe alzato una bandiera rossa. In luglio il marchese di La Fayette, a Parigi, in base alla legge, fece aprire il fuoco sulla folla, riunita al campo di Marte. Caddero così diecine di dimostranti. Pochi giorni dopo, alla testa di un grande corteo comparve una bandiera rossa sulla quale era scritto: “La legge marziale del popolo contro la legge marziale del re” (Luigi XVI era ancora sul trono). Significava che rivoltoso era il governo che si schierava contro il popolo. Questo, unico detentore del potere, per difendersi aveva diritto di proclamare la sua legge marziale, dispiegando la bandiera rossa, simbolo dell’inizio della lotta contro i suoi nemici.

 


Il camice bianco… I medici adottarono la loro inconfondibile divisa bianca all’inizio del ‘900, per imprimere alla professione una svolta d’immagine. Prima di allora, si visitavano i pazienti in abiti “civili”, ma la grande presenza di ciarlatani rendeva difficile distinguere i professionisti dagli impostori. Gradualmente il camice divenne simbolo di autorevolezza e pulizia. Anche se alcuni moderni ospedali lo stanno abbandonando perché – sostengono – diffonde germi e mette a disagio i pazienti.

 


…e quello verde. Intorno alla metà del 20esimo secolo, chirurghi e infermieri abbandonarono il camice bianco in favore di quello verde, più facile da pulire dalle macchie che inevitabilmente la professione comporta. Inoltre, il verde e l’azzurro sono i colori che più contrastano con quelli dell’interno del corpo umano: un aiuto in più per gli occhi di chi ci opera.

 

 


Il tappeto rosso. Molto prima di essere adottato nella Notte degli Oscar, il tappeto rosso veniva srotolato per accogliere personalità regali o ritenute sacre. Nell’Agamennone di Eschilo, Clitemnestra fa distendere un tappeto color porpora – simbolo di trionfo, ma anche di sangue – per accogliere il marito al ritorno nella reggia. Si racconta di un tappeto rosso disteso sulla riva di un fiume per accogliere il Presidente degli Stati Uniti James Madison, al suo arrivo in patria nel 1821. Nel 1902, veniva usato dalla New York Central Railroad, una compagnia ferroviaria degli Stati Uniti, per guidare i passeggeri verso l’imbarco di un treno. Il tappeto rosso riconquistò il suo significato “esclusivo” negli anni ’60, in ambito hollywoodiano.

 


Le bottiglie di birra rigorosamente scure. A parte rare eccezioni, le bottiglie di birra sono scure: non è per moda né per tradizione o perché c’è un risparmio a farle così. La bottiglia ha quel colore per un preciso scopo: quello di proteggere il suo contenuto. Il sapore della birra esposta al sole si altera infatti rapidamente. I raggi Uv danneggiano gli isomuloni, le molecole del luppolo che conferiscono alla bevanda il caratteristico sapore amaro. La loro reazione produce un odore di uova marce e un sapore molto sgradevole. Il vetro marrone o verde protegge la bevanda dagli Uv e ne conserva inalterato il sapore.


La palla da basket. Le palle da basket sono arancioni dal 1957, quando l’allenatore della squadra della Butler University decise che quel colore sarebbe stato più facile da vedere sia per i giocatori, sia per il pubblico sugli spalti. Prima di allora, erano color cuoio, o gialle. Dal 1958 in poi, assunsero il colore che hanno ancora oggi.

 


Le palline da tennis. Stesso discorso – con un diverso colore – si può fare per le palline da tennis. Il regolamento attuale approva palline bianche o gialle, ma queste ultime sono più facili da distinguere per uno spettatore in TV. Dalla seconda metà del ‘900, con il successo della TV a colori, divennero quelle maggiormente utilizzate.

 


Il black friday. Il “venerdì nero” viene l’indomani del Ringraziamento (la festa che si celebra il quarto venerdì di novembre negli Usa e in Canada) ed è il giorno in cui, secondo una tradizione consolidatasi negli anni Sessanta, i negozianti americani propongono sconti speciali allo scopo di favorire lo shopping e dare il via alle spese natalizie. Perché proprio “nero”? Perché all’epoca i registri contabili dei negozianti si compilavano a penna, usando inchiostro rosso per i conti in perdita e quello nero per i conti in attivo. E nel venerdì dopo il ringraziamento, grazie a queste promozioni, i conti finivano decisamente in nero.

 

 

 

 

Le luci del semaforo. Le luci colorate usate per i semafori vengono fatte risalire all’Inghilterra dell’1800, in particolare alla segnaletica utilizzata, dal 1841, per regolare gli scambi ferroviari sulla ferrovia Liverpool – Manchester, la prima a collegare due città. Inizialmente si utilizzava un sistema di palette e bandiere colorate, in cui il rosso indicava pericolo, e il verde la possibilità di procedere con cautela. In seguito i segnali vennero sostituiti da quelli luminosi.

 


Il biliardo. Sempre verde, ma per altri motivi, è – tipicamente – il tavolo del biliardo. La consuetudine di rivestirlo di un tessuto di questo colore risalirebbe all’origine del gioco, che nel 14esimo secolo veniva praticato all’aperto, direttamente sull’erba, e somigliava moltissimo al croquet (il gioco simile all’attuale golf con cui prova a cimentarsi Alice nel romanzo Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll). Quando la nobiltà inglese e francese, che lo praticava, decise di spostarsi al chiuso, per via del brutto tempo e delle sommosse popolari, il verde – questa volta, sintetico – rimase a fare da sfondo alla sfida, come nostalgico ricordo del passato.

 


Azzurro per lui, rosa per lei. La colorazione per genere degli abiti per bebè è un’usanza che risale alla metà del 19esimo secolo. Prima di allora, maschi e femmine venivano avvolti negli stessi panni bianchi. Quindi furono introdotti il rosa e l’azzurro perché si pensava che il primo colore si intonasse all’incarnato dei bambini castani, e il secondo a quello dei neonati biondi con gli occhi azzurri. Intorno al 1940 le industrie di abbigliamento iniziarono a produrre un gran numero di vestitini rosa e pantaloni azzurri, stabilendo di fatto quale colore attribuire a ciascun genere. La suddivisione fu rafforzata dall’introduzione, negli anni ’80, delle ecografie in gravidanza, che resero possibile per la prima volta conoscere il sesso del nascituro.

 


Il lapis. La consuetudine di colorare le matite o imprimere il marchio di fabbrica sulla loro lunghezza risale al 1890, quando la L. & C. Hardtmuth, un’azienda americana, lanciò sul mercato la Koh-i-Noor, una matita ottenuta da grafite cinese e chiamata così in onore del diamante più grosso del mondo. Si scelse di colorarla di giallo, un colore che nella tradizione cinese simboleggia la nobiltà, il rispetto e l’eroismo.

Il lapis ebbe un tale successo che anche i produttori concorrenti iniziarono ad adottare quel colore, che rimane ancora oggi quello del 75% delle matite

 


I loghi dei fast food. Fateci caso, sono quasi sempre rossi o gialli. Questi colori stimolano l’appetito e invogliano a mangiare voracemente e velocemente. Al contrario, blu e verde inducono a rilassarsi e a rallentare, cosa che un gestore di un fast food non desidera affatto: i prossimi clienti sono già in coda per prendere il nostro posto.

 


Arbitri a strisce. La tradizionale casacca a strisce bianche e nere dei direttori di gara negli sport soprattutto americani – oggi in parte abbandonata – risale all’iniziativa di un certo Lloyd Olds. Nel 1920, mentre arbitrava una partita di football americano in Arizona, un giocatore gli passò la palla scambiandolo per un compagno: all’epoca gli arbitri indossavano una maglietta bianca, un berretto e un papillon, e nell’enfasi del gioco potevano confondersi nella mischia. Così, nel 1921, Olds si presentò con la maglietta a strisce: il pubblico lo fischiò, ma poi la folla comprese che la nuova divisa avrebbe messo fine agli equivoci.

 


Babbo Natale rosso Le prime immagini di un Babbo Natale moderno risalgono al 1875, quando una pittrice svedese, Jenny Nyström, realizzò una serie di cartoline augurali dove Santa Claus vestiva di verde. Fu l’illustratore americano Haddon Sundblom, nel 1930, a introdurre l’abito biancorosso che conosciamo. Perché la scelta? Perché l’azienda committente di Sundblom era una quella che produceva (e produce) una… famossissima bevanda analcolica venduta in lattine con gli stessi colori. E che usò poi Babbo Natale come testimonial fisso della sua bibita. Ma il rosso di Babbo Natale è solo uno dei numerosi casi di colori-icona che hanno una storia e significato curiosi.

 

 

Fonte: focus.it

 

 

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