Cucino, mangio e lo racconto

presentazione univ1Una settimana fa esatta stavo ripetendo questo discorso che da lì a poche ore avrei dovuto fare in Università Cattolica a Piacenza ad un centinaio di ragazzi, alla presenza del Preside della facoltà di Agraria e di alcuni professori.

La parte buffa della storia, al di là del fatto che per mezz’ora son stata in cattedra in Cattolica è che:

  • ho tenuto uno speech nella stessa aula nella quale mi sono laureata, ci sono rientrata emozionata e non nascondo anche un po’ soddisfatta ed ancor più convinta della scelta di intraprendere un percorso molto diverso rispetto a quello canonico del laureato in giurisprudenza;
  • il Preside della Facoltà ed il Professore che hanno coordinato i lavori sono stati entrambi compagni di studi dei miei genitori;
  • se sono al mondo, lo devo a questa Università che ha fatto incontrare i miei genitori tra quei corridoi (se chiedete a mio papà la storia, ve la racconta in un modo un po’ più pittoresco… 😉 )

Bene, ora indosso i panni della professoressina che non mi si addicono per nulla e vi ripropongo la chiacchierata che è stata l’oggetto della mia mini lezioncina in Università.

Sono partita da lontano, da millemila anni fa, cercando di far capire che il “fenomeno food” non è qualcosa che è esploso nell’ultimo periodo, ho cercato di raccontare come è nato il fenomeno dei blog, quello dei food blog, come è nato il mio blog e cosa fa o può fare una food blogger, ho parlato dell’Aifb, di cartoni animati, canzoni e telefilm.. insomma se siete curiosi e avete un pochino di tempo potete mettervi comodi e continuare a leggere!

 

Da sempre il cibo è al centro delle nostre vite. Da sempre è oggetto di racconto, di conversazione anche quando non c’erano tv o computer del cibo si parlava, ed attorno al cibo sono nati amori, affari, litigi, si sono strette alleanze o scatenate guerre.

Fin dagli albori l’uomo si procacciava il cibo in branco per poi condividerlo attorno al fuoco con gli altri membri del gruppo del gruppo.
È così che, dalla notte dei tempi il cibo unisce le persone prima attorno al fuoco, poi attorno ai banchetti, attorno al tavolo ed oggi al buffet dell’happy hour.

Contrariamente da quanto sento spesso affermare “il food” non è oggetto di discussione degli ultimi anni, ma è da sempre che si ritrovano testimonianze che attestano quanto sia centrale nella vita dell’uomo e per ogni civiltà.

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Testimonianza dal popolo sumero.

Le civiltà mesopotamiche gli attribuivano poteri civili: condividere cibo, acqua per lavarsi le mani o olio per ungersi, per il popolo sumero nel III millennio a.C. significava l’aver raggiunto un accordo e per rendere efficace un contratto si utilizzava spesso la formula “abbiamo mangiato il pane, abbiamo bevuto la birra e ci siamo unti di olio”.
Non solo poteri civili, ma anche religiosi: le prime civiltà erano solite seppellire i defunti con scorte di cibo o suppellettili che sarebbero dovute servire al defunto nel suo viaggio verso l’aldilà o per ingraziarsi le divinità. L’usanza del pranzo del matrimonio è antichissima, ha addirittura 4 mila anni! Per gli assiri  (circa verso la fine del II millennio a. C.) si riteneva che un matrimonio fosse validamente costituito solo quando le famiglie dei novelli sposi mangiavano insieme condividendo lo stesso cibo.  

Non solo cibo, ma anche bevande ritornano nei bassorilievi, come le otri di birra che troviamo in questo bassorilievo sumero. Furono loro a scoprire già nel 3000 a.C che con acqua, cereali lievito si potevano ottenere pane o una bevanda inebriante, che arrivò poi in Egitto con il nome di Zythum.

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Ed è in Egitto che troviamo per la prima volta la figura del sommelier, ovvero il dep-irp. Il cibo veniva addirittura utilizzato come moneta con cui i faraoni ripagavano gli operai in seguito alle loro prestazioni lavorative, un antico baratto: a fronte di una prestazione d’opera si riceveva una ricompensa in materie prime.
Con i Greci ed i Romani iniziamo a scoprire il piacere di mettersi a tavola per stare insieme, lo ritroviamo negli scritti di Plutarco “noi non ci mettiamo a tavola per mangiare, ma per mangiare insieme” che affermava così anche la differenza sociale tra barbari e spartani, facendo diventare il cibo uno status symbol.

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Dello stesso avviso anche Cicerone che già nel I secolo a. C. era del parere che “il piacere del banchetto non si deve misurare dalla squisitezza delle vivande, bensì dalla compagnia degli amici e dal loro dissertare”, un po’ come il mio pensiero “con la pancia piena e le gambe sotto il tavolo, la vita è migliore” e con “game sotto il tavolo” intendo il tempo trascorso con amici e famiglia in quelle lunghe giornate in cui l’unico pensiero è trascorrere tempo insieme. Gi aristocratici della Roma antica affermavano il proprio status sociale organizzando convivia.

Eppure per organizzare i convivia (dal latino cum vivere, “stare insieme”) gli aristocratici dell’antica Roma erano capaci di spendere cifre da capogiro, costretti poi a gettare i troppi avanzi nel Tevere. Per loro queste enormi abbuffate erano uno status symbol, ma stridevano con la frugalità quotidiana dei Romani e del filosofo Seneca, orgoglioso di farsi bastare per pranzo fichi secchi e un po’ di pane.
Nel Medioevo il pasto consumato insieme sottolineava una sorta di tacito accordo tra le parti. I re carolingi, consci di questo, arrivarono a vietare ai propri funzionari di accettare inviti e doni da chi fosse oggetto delle loro attività amministrative (avete presente le moderne mazzette, ecco: nel medioevo erano inviti a pranzo!).

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In questa epoca fa la sua comparsa anche la tovaglia: si utilizzavano tele di lino o canapa lunghe fino a terra per coprire le tavole di legno poste su cavalletti mobili che il padrone di casa utilizzava in occasione della presenza di ospiti e per coprire il legno delle tavole di scarso valore.

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Durante il Rinascimenti, le classi più benestanti dimostravano il loro potere proprio con i banchetti, ecco che ritorna il cibo come status symbol: gli invitati erano disposti a tutto pur di riuscire a prender parte a questi eventi. Vi era addirittura una sorta di “guerre delle sedie” scatenata dal fatto che i posti a sedere erano assegnati a seconda del proprio rango: chi si reputava troppo lontano dal padrone di casa o dal re, riteneva ciò un grave affronto da dover immediatamente vendicare con la spada.

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Finalmente tra il ‘600 ed il ‘700 iniziano a far la loro comparsa le “buona maniere” a tavola, che anche in questo erano un segno distintivo del proprio status sociale, per arrivare, nel 1800 ad un nuovo modo di servire il cibo a tavola: il 
servizio “alla francese”, con tutti i piatti in tavola contemporaneamente, viene soppiantato da quello alla russa, dove i piatti vengono serviti in sequenza portandoli alla mensa uno alla volta, in modo decisamente più ordinato, ed evitando così “l’abbuffata” a cui abbiamo assistito per tutti questi secoli.

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Dal 1800 saltiamo ai giorni, facendo un balzo in avanti di circa 200 anni.. Cosa troviamo? Troviamo il rito dell’aperitivo, dell’happy hour, dove tutto è monoporzione, fingerfood, a buffet, magari vegetariano o vegano, gluten free, lactose free e crudista, tutto posizionato insieme su una lunga tavolata, con la classica ressa degli affamati che, a guardarli mentre attaccano il buffet, sembrano non mangiare dal 1912!

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Aperitivo, brunch, merenda, coffee break, cena o pranzo di lavoro che sia,  da sempre il cibo unisce le persone, che si tratti della coppia, del voler far colpo su una persona, o del piacere di ritrovarsi con la famiglia unita, cosa che era un punto fermo della cucina italiana ed ora si sta perdendo come retaggio culturale a causa dei ritmi frenetici della vita, stiamo infatti assorbendo sempre più quella tendenza anglosassone del pranzare e cenare fuori casa spesso e volentieri da soli e non in famiglia

Ma se passiamo dalle arti figurative alla Musica, troveremo anche sul pentagramma pasta, pomodori, caffè? Certo che sì!
Esistono davvero tante canzoni dedicate al cibo o che in qualche modo lo raccontano: dai Bues Brother con Hey Bartender, alle Tagliatelle di Nonna Pina tor, passando per Robbie Williams, Rossetto e Cioccolato di Ornella Vanoni canzone a cui sono particolarmente legata anche perchè che il titolo è stato in lizza per esser il nome del mio blog, poi c’è la  Marmellata #25 di Cesare Cremonini e finiamo sulla copertina dei Guns’n roses sul loro Spaghetti Incident, passando per Strawberries swing dei Coldplay o per Coffee and TV dei Blur. Questo solo per citarne alcune, perchè sicuramente ve ne sono venute in mente almeno altre 3 che non ho menzionato!
E se parliamo di cartoni animati? Ovviamente anche i cartoni animati hanno dei riferimenti più o meno eclatanti al cibo: pensiamo a Piovono polpette, Ratatuille, o al cartone Disney di Alice nel Paese delle Meraviglie, trasposizione animata del libro di Lewis Carrol, ed al suo the  con il cappellaio matto di Alice ma anche ad Alice stessa che per tutto che mangia pezzetti di fungo per diventare piccola o crescere a dismisura, ai Doraemon e ai suoi dorayaki e poi ritroviamo, ovviamente il re del junk food:Homer con le sue ciambelle e l’immancabile birra Duff!
Nell’epoca dei vari talent, non può mancare in questa dissertazione un accenno a quello che è il rapporto tra tv e cibo.
Oggi conosciamo programmi di intrattenimento puro legati al cibo, quella che è stata definita pornografia del cibo
Abbiamo i vari Masterchef, Hell’s Kitche, La prova del cuoco, e dall’altro i canali tematici come Alice o gambero rosso che hanno invece finalità educative e non solo di mero intrattenimento fine a sè stesso.
Così come avevano i primi programmi Rai come A TAVOLA ALLE 7 con un giovanissimo Veronelli, padre della deco che affiancava Ave Nichi nella conduzione di una sfida tra chef famosi, amatori e casalinghe. Sempre sulle reti di mamma Rai troviamo il primo programma itinerante legato al cibo, condotto dal giornalista e scrittore Mario Soldati se ne andava alla scoperta delle valli della sua terra a cercare produttori, ristoratori e massaie, bussando alle loro porte per far vedere, davanti alla telecamera, le prelibatezze della natura che l’uomo sa trasformare ai fornelli.
Amante come sono dei telefilm e delle serie tv, ovviamente ho ben presente quanto il cibo sia fondamentale per contestualizzare o per creare un momento reale e credibile di conversazione tra i personaggi. E le serie meritano una menzione speciale perchè addirittura la cucina, il cibo o il locale dove mangiare qualcosa e fare due chiacchiere sono spesso al centro stesso della serie o danno una profondità maggiore, in Montalbano (che prima di esser fiction italianissima, è la magia della penna di Camilleri) trovate i sapori della Sicilia, i suoi colori ed i suoi profumi. Li sentite leggendo le descrizioni di Camilleri, e li ritrovate nella fiction quando Salvo si mangia gli arancini o il pesce all’acqua pazza.
Con sex &the city siam diventate tutte amanti del Cosmopolitan, delle cupcakes da Magnolia Bakery e del Sushi da Sushisamba. C’è la cena del venerdì di Una mamma per amica, piuttosto che il Peach Pit di Beverly hills, Arlnold’s  di Happy days o il Central Perk di Friends.
E poi ci sono la  ricetta e la cucina di walter white ed il suo “let’s cook!”, ah no… quella è un’altra cucina 😉
Parlando di film, con Chocolat vinco davvero facilmente e questo mi porta ad arrivare a parlarvi di due  libri/film da cui probabilmente nasce la mia storia: Eat Pray Love da cui ho preso il nome per il mio blog e Julie and Julia perchè senza le due Julia probabilmente non ci sarebbe alcun “cook eat love”

 

Julie powell è la priam food blogger così come conosciamo ora i blog. Nati nel ’97, i weblog erano un mero elenco di link una raccolta di altre pagine web legate ad un tema specifico. Il primo blog raccoglieva link sul tema della caccia. Poi con Julia abbiamo un’evoluzione ed un primo blog personale, a tema food che è un progetto editoriale ben preciso tanto da ottenere l’attenzione del NYT che la intervista e da il via nel 2002 ad un vero e proprio caso mediatico da cui nasce un libro che poi si trasforma nel film.
In Italia il primo food blog lo dobbiamo a Cavoletto di Bruxelles che inaugura nel marzo del 2005 ad opera di Sigrid Verbert, e da lì in poi per i foodblog è una storia in crescendo, tanto da esser diventati addirittura un “fenomeno” da studiare e regolamentare. Di questo si è occupata più volte anche AIFB, l’Associazione Italiana Food Blogger della quale faccio parte da quest’anno, ma della quale dirò meglio in seguito.
Ma chi è e cosa fa una food blogger? Se dovessi stilare un identikit, per quella che è la mia esperienza direi: appassionata di cucina, donna, pochi sono gli uomini nel panorama blogger, annoiata o in cerca di una svolta, scrive di ricette, ma anche di sè.
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Mi ci ritrovo? Direi di sì! Io ho iniziato a scrivere 3 anni fa su Giulia Cook Eat Love ho iniziato per avere una raccolta di ricette ordinata, e sempre a disposizione, l’ho fatto su un blog e non su file di word perchè venivo dall’esperienza dei forum e l’idea di avere uno spazio mio da curare mi affascinava, di certo non mi aspettavo 3 anni fa di finire negli studi di Cookaround a registrare delle videoricette, di ospitare una troupe televisiva a casa mia per fare la pubblicità di un prodotto, nè tantomeno di fare una rubrica tv o diventare una “mastrotina” andando a spiegare prodotti legati alla cucina in diretta tv su un canale televisivo americano!
Di certo ci ho investito tanto: la passione mi ha davvero preso, ed essendo io una persona curiosa ho iniziato a studiare un pochino gli strumenti che mi servivano per migliorare il blog e la mia comunicazione web. Quindi ho studiato un po’ il linguaggio html, giusto per capire i codici basici, un po’ il linguaggio seo per l’indicizzazione, ho fatto un corso di fotografia ed acquistato la reflex, e poi ho iniziato a cercar di capire  i  meccanismi social, e mi si è aperto un mondo!
I blogger raccontando di ricette e raccontando di sè, e raccontando di sè racconta del territorio in cui vive, delle sue tradizioni, dei suoi piatti e prodotti tipici. A me è successo con Expo dove sono stata portabandiera della mia Piacenza facendo da apripista per il format “un mercoledì da food blogger”.
Proprio per raccontare la tradizione, i prodotti, gli ingredienti, il territorio italiano, l’AIFB ha dato vita al Calendario del cibo Italiano che ogni giorno festeggia e celebra una delle eccellenze gastronomiche del nostro meraviglioso e variegato territorio. Ogni giorno c’è un ambasciatore che si fa portavoce di un piatto, di una tecnica, di un prodotto agroalimentare e lo racconta attraverso il proprio blog e sulle pagine dell’associazione, così fanno i contributors che aggiungono le proprie esperienze di vita, le proprie usanze e ricette legate a quel prodotto. L’iniziativa mastodontica e degna di lode sta riscuotendo un successo davvero grandissimo anche da parte della stampa.
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Come accennavo prima, il panorama italiano dal 2005 ha subito un boom incredibile per quel che riguarda il numero dei blogger, e da qui come dicevamo nasce il fenomeno Food blogger. Sicuramente complice la tv con i programmi televisivi e la convinzione che a fare la blogger ci si guadagni un sacco e si diventi famosi
Ecco: no! Sfatiamo questo mito! Un caso su un milione come la Cavoletto di Bruxelles che è stata la prima food blogger italiana e ha trasformato la sua passione in lavoro, piuttosto che la Chiara Maci, possono permettersi di dire che vivono facendo la blogger, altre ancora grazie alle competenze e conoscenze acquisite grazie al blog, fanno consulenze per le aziende, o fanno attività di WEB PR o social media manager, professioni che prevedono competenze e studi specifici in marketing o digital marketing, ad esempio, al di là della cultura legata al cibo.
Le persone normali hanno un blog  per passione ed un lavoro per vivere e poi c’è chi grazie al blog si è inventato una professione e pochi che del proprio blog ne hanno fatto un mestierie
Così, in questo panorama confusionario e disomogeneo nasce Aifb, l’associazione italiana food blogger che attualmente conta circa 400 iscritti.
Secondo le stime di AIFB sarebbero oltre 5000 i food blogger italiani che destano un enorme interesse da parte delle aziende.
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Giusto notizia di qualche settimana fa è l’acquisto delle piattaforme Banzai dove si trovano i blogger di Giallo Zafferano e Cookaround da parte di Mondadori, con una plusvalenza di tutto rispetto
Da quando è esploso il “fenomeno Food Blogger”, le aziende puntano ai blogger per i loro investimenti pubblicitari: il fine è quello di  saltare i grandi siti ed arrivare ad un pubblico fidelizzato e targettizzato in modo immediato e mirato spendendo meno, molto molto meno! Avete presente i banner pubblicitari sui vari siti web che frequentate? Ecco hanno un costo e parecchio elevato, il rischio, inoltre è di posizionarlo in un sito dove il visitatore medio non è minimamente interessato a quel prodotto in quel preciso momento, si spara quindi nel mucchio. Ma se io Azienda, riesco ad intercettare il pubblico fidelizzato dei lettori di un food blog, allora avrò una percentuale di successo decisamente maggiore, evitando il rischio di raggiungere persone non in target con il tema food (Se sei su un blog di cucina, sei potenzialmente interessato alla mia azienda alimentare!). E in tutto questo: cosa i blogger ci guadagnano qualcosa? Bhe, certo, ricevono un compenso in cambio di un servizio che prevede contenuti inediti, foto inedite, recensioni piuttosto che idee nuove di utilizzo del prodotto, o semplicemente una divulgazione di contenuti legati all’azienda.
 E a quanto ammonta questo compenso? Quando vi dicevo che le aziende puntano ai blogger perchè costano poco poco,  è perchè se alcune aziende a fronte di contenuti inediti, post sui blog e suoi social offrono un compenso, ce ne sono altre che chiedono e ricette in cambio, ad esempio, di 3 pacchi di farina. Ammetto, battendomi il petto pentendomi amaramente, che ci fu un tempo nel quale anche io scrissi alle aziende presentando me ed il blog, ma poi ho capito che il mio tempo, le mie professionalità pian piano acquisite, la rete di contatti che mi sono costruita in questi 3 anni hanno un valore, e quindi le ricette per le aziende le faccio ma a fronte di una retribuzione. Non è per far la bacchettona, ho fatto e continuerò a fare alcune cose gratuitamente perchè so di non essere nella top list delle migliori food blogger italiane (e mai ci arriverò!!), ma lo lo farò valutando caso per caso, lo farò per enti, associazioni che perseguono fini nobili, o qualora il gioco valga la candela: ecco se mi viene dato un pacco di spaghetti con la richiesta di testarlo con tartufo o caviale per poi inviare il contenuto all’azienda per lanciare nuove idee di utilizzo per gli spaghetti..bhè.. mi faccio due conti e capisco cosa devo rispondere all’agenzia che mi ha contattato..
Vi dicevo che una blogger può unire competenze e trovarsi a fare un lavoro che magari con il percorso di studi non c’entra nulla ma è più affine a lei. A me è successo due volte. Da un anno a questa parte lavoro per Bloomet, una società che si occupa di marketing terrioriale, eventi e comunicazione in campo agroalimentare con la quale abbiamo condotto due operazioni pilota che mai erano state fatte a Piacenza. Abbiamo coinvolto 11 food blogger a partecipare alla giornata nazionale indetta da AIFB dei Pisarei e fasò tramite la pagina Facebook Experience Piacenza che conta circa 3000 seguaci e che in quella giornata grazie all’engagement delle 11 food blogger ha raggiunto oltre le 44mila visualizzazioni, con tanto di articoli sui principali giornali locali per raccontare questo evento web.
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Abbiamo poi raccontato un prodotto: sempre sfruttando la Giornata Nazionale degli asparagi e le food blogger piacentine che si prestano sempre volentieri
Ma una blogger, ed è forse la cosa più particolare ed interessante e che scatena anche “un po’ di invidia”, viene invitata agli eventi: mi è successo con Zuegg che mi ha invitata ad un pomeriggio tra marmellate e pasta frolla, con Oleificio Zucchi che mi ha portata in Terrazza Cibus  per vivere una blending experience,  oppure con Poretti che mi ha inviata al bellissimo evento di chiusura che riassumeva i numeri da capogiro della loro presenza in Expo. In occasione di quell’evento, da brava blogger, non poteva che scapparci il selfie con bicchiere in mano mentre mi accingo a sorseggiare la mia birra Poretti 8 luppoli… bhè.. Ho iniziato con la birra dei Sumeri e chiudo con una raffigurazione di un’altra birra. Che dire.. nulla di diverso quindi da quanto i Sumeri facevano già 6mila anni fa  anche senza filtri di instagram 😉

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E a proposito di selfie… secondo voi potevo non immortalare la mia prima (e ultima) lezione in Cattolica
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